Intervista al Prof. Giovanni Scorcia

A cura del Dott. Amedeo Lucente
Prof. Giovanni Scorcia – Malattie dell’Apparato Visivo, Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro

 

D: Come prima domanda vorrei che raccontasse ai tanti colleghi e organi istituzionali che ricevono e leggono Oftalmologia Domani, oltre 6500, e in particolar modo ai giovani, qual era il clima e quali sono state le sue tante esperienze vissute durante il periodo di specializzazione a Bari, elevata nel 2014, con altre quattordici entità urbane, a dignità di città metropolitana. A volte bisogna avere Maestri non solo durante la specializzazione, ma anche negli anni universitari, così tanto importanti per la formazione. In più occasioni, incontrandola, ho notato la particolare sua preparazione ed attenzione verso i temi anatomo-istologici, spesso dimenticati e trascurati. Recentemente, discutendo insieme sulle cellule gangliari retiniche circa la presenza di mitocondri nei loro assoni, immediatamente ha confermato la loro presenza. I quattro anni trascorsi dopo la sua laurea all’Istituto di Anatomia Umana Normale, diretto dal professor Rodolfo Amprino, indiscusso grande anatomico tra i più illustri d’Italia la cui fama aveva varcato i confini della città levantina, un vero terrore per le matricole a Bari, fanno evidentemente ancora sentire il loro riverbero, il forte loro richiamo. Cosa ci vuol raccontare a riguardo?
Nel 1995 ha lasciato la Clinica Oculistica del Policlinico Umberto I° di Roma per venire in Calabria. A Roma era approdato seguendo il suo Maestro Giuseppe Scuderi da Bari, chiamato per dirigere la II° Clinica Oculistica e la I° Scuola di Specializzazione alla Sapienza, in seguito all’inaspettata ed improvvisa morte di Giovanni Battista Bietti il 4 marzo 1977 al Cairo, in Egitto. Vuole raccontarci questo felice periodo della sua esperienza professionale?
In quegli anni io ero specializzando alla I° Clinica Oculistica e II° Scuola di Specializzazione, nello stesso Istituto, “la rivale”, quella diretta da Mario Rosario Pannarale, e spesso la vedevo, con passo deciso e veloce, sfrecciare tra camera operatoria e aule didattiche, o in biblioteca da Cornelia, l’efficiente ed austera bibliotecaria che sapeva a menadito dove trovare rapidamente, tra gli alti scaffali di legno antico dall’odore pungente e acre, gli argomenti da noi ricercati.
Una bella palestra di vita non solo professionale, non crede?

R: Sono passati molti anni dalla mia iscrizione al corso di laurea in Medicina e indubbiamente la vita universitaria è cambiata radicalmente. Lo spirito goliardico, che ora non esiste più, era il comune denominatore del nostro percorso.
La mia vera formazione è iniziata nel 1968 quando entrai come studente interno nell’istituto di Anatomia Umana di Bari diretta dal professor Rodolfo Amprino, accademico dei lincei e uomo di una cultura che pochi potevano vantare. In questo istituto mi sono appassionato all’istologia e alle attività di laboratorio e ho approcciato la microscopia elettronica. Il professor Amprino, ricordo, è stato sempre molto prodigo di consigli e ha creato nella mia mente un rigorismo scientifico che mi è servito in maniera fondamentale per tutta la mia vita professionale. Sono rimasto come collaboratore in questo istituto anche dopo la laurea e la specializzazione per quasi 10 anni, seguendo gli studenti più giovani. A Bari, specializzando e poi specialista, ho continuato a fare la spola tra l’istituto di anatomia e la clinica oculistica; la mia iniziale produzione scientifica è infatti orientata verso la microscopia elettronica.
Quando ho lasciato Bari per seguire a Roma il professor Scuderi, mio secondo e impareggiabile maestro, ho continuato i miei studi in microscopia elettronica grazie all’acquisto di un microscopio elettronico Zeiss, che forse ancora oggi si trova nella clinica oculistica di Roma. In questa città ho avuto l’opportunità di realizzare in maniera sistematica la mia attività chirurgica, appassionandomi alla microchirurgia retinica, grazie agli insegnamenti della professoressa Bonnet che ho più volte frequentato nell’arco di 4/5 anni. Nella stessa città, Lione, ho potuto seguire anche il Professor Luc Durand, di cui sono rimasto amico, grande maestro di chirurgia corneale.

D: Passiamo al periodo calabrese, iniziato nel 1995. In questa terra così generosa d’ingegni e tanto martoriata nelle sue aspettative, si è dovuto inventare tutto. Nominato titolare della Cattedra di Malattie dell’Apparato Visivo all’Università di Reggio Calabria per la sede di Catanzaro, successivamente Università autonoma “Magna Graecia”, e nominato professore ordinario nel 2004, ha sviluppato l’Unità Operativa di Oculistica presso il Policlinico “Mater Domini” con crescente attività ambulatoriale e chirurgica. La Calabria è per lei una seconda patria, e la SOC, Società Oftalmologica Calabrese di cui è Presidente, fondata con visionaria iniziativa da Aurelio Scrivano, già primario a Cosenza, la sua creatura forse più cara. Vuole spendere alcune parole a tale riguardo?

R: Nel ’95, vincitore di concorso, sono stato assegnato all’università di Catanzaro dove ho indubbiamente realizzato in pieno le mie aspettative professionali. In Calabria ho trovato molti amici e colleghi che mi hanno sempre sostenuto e grazie ad Aurelio Scrivano ed al compianto Franco Leone abbiamo fondato la Società Oftalmologica Calabrese. Tale Società ha riunito i diversi oftalmologi calabresi creando una realtà apprezzata in tutta Italia, grazie anche all’infaticabile lavoro del segretario Amedeo Lucente.

D: Andiamo alle sue passioni professionali e a quelle hobbistiche, forse meno conosciute. È tra i fautori più convinti del ruolo ancora fondamentale della chirurgia sclerale del distacco di retina. La sua passione per la chirurgia retinica, che lo ha visto protagonista in migliaia di interventi eseguiti, si è sviluppata specialmente durante il periodo romano. Scuderi aveva sapientemente distribuito incarichi e competenze ai suoi allievi, non è così? Ci racconti questa storia che, per molti versi, combacia con lo sviluppo e il progresso della chirurgia retinica in Italia negli anni Ottanta e Novanta.
Ora passiamo alle altre sue passioni, quella automobilistica e quella nautica, più specificatamente la pesca d’altura. Anche se non sconosciute nell’ambiente oftalmologico, pochi tuttavia sono a conoscenza che è stato pilota di Rally non senza aver raccolto, anche in questo campo, molte soddisfazioni. Inoltre sembra, almeno queste le indiscrezioni, che ad ogni battuta il pescato di maggiori dimensioni è sempre a suo appannaggio ricordando, ma non è necessario, che la pesca d’altura può essere praticata esclusivamente da professionisti o comunque da pescatori molto esperti. Vuole raccontarci qualche peculiarità di queste sue passioni, qualche divertente aneddoto?

R: Le mie passioni sono fondamentalmente le automobili, il tennis e la pesca.
Nel periodo barese ho partecipato a diversi rally con un caro amico. Ora, non potendo certo più cimentarmi in tali competizioni, continuo solo ad amare le automobili.
Negli anni verdi ho praticato il tennis a livello agonistico per poi continuare con quello amatoriale fino a qualche anno fa.
Ho potuto coltivare in terra calabrese l’hobby della pesca, iniziato già ai tempi di Bari e successivamente trascurato nel periodo romano, con grande soddisfazione. Un’esperienza sempre condivisa con pescatori professionisti che mi hanno fatto comprendere la grande differenza che esiste tra l’hobby e il duro lavoro.

D: Non posso non discutere di un altro argomento che desta sentimenti di vivo orgoglio in chi ha la fortuna di avere figli che svolgono la stessa attività paterna, specialmente quando accade che ti sopravanzano per rapidità di carriera. Parlo in particolare di suo figlio Vincenzo, il più giovane cattedratico italiano al tempo della sua nomina. Come si sente da padre nel vivere una così grande soddisfazione?

R: Credo di aver vissuto la più intensa emozione della mia vita professionale quando mio figlio mi ha sostituito. Vincenzo ha continuato, migliorandola, tutta l’attività della clinica Oculistica dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro.

D: La riforma per l’accesso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia sta per arrivare, almeno così è nelle intenzioni e nei programmi del governo.
Aspettando e confidando in queste novità, speriamo finalmente efficaci, a suo parere come dovrebbe essere oggi regolato l’accesso in Medicina e Chirurgia? Servono ancora i quiz? E come disciplinare l’entrata alle scuole di specializzazione, tanto avulso e scollegato dalle qualità e naturali inclinazioni dei giovani medici?

R: Gli attuali criteri d’accesso alla Scuola di Specializzazione, su modello americano, andrebbero a mio avviso migliorati. In passato gli studenti iniziavano prima della laurea a frequentare le Cliniche in maniera assidua e continuativa, rendendosi così conto della validità dei loro desiderata e dando la possibilità al Direttore di conoscere meglio le qualità di ogni studente. Oggi si assiste troppo spesso a scelte di ripiego che talora vengono abbandonate, creando un disservizio alla Scuola e una perdita di tempo nella loro futura vita professionale.

Amedeo Lucente

Fonte: OftalmologiaDomani.it

 

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