Gennaio 2022 - EyesON

Degenerazione maculare legata all’età, un aiuto anche dalle bacche di Goji

La degenerazione maculare legata all’età colpisce 170 milioni di persone nel mondo ed è la principale causa di perdita della vista negli anziani.

Una particolare forma di aiuto per prevenire o ritardare l’insorgenza di questo disturbo può venire dall’utilizzo di bacche di Goji. Lo rileva un trial pilota condotto su un campione di piccole dimensioni condotto presso l’Università della California a Davis, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nutrients.

I risultati dello studio sulle bacche di Goji

Secondo la ricerca mangiare regolarmente una piccola porzione di bacche di Goji essiccate può aiutare a prevenire o ritardare lo sviluppo della degenerazione maculare correlata all’età, in soggetti sani di mezza età.

I ricercatori hanno scoperto che in 13 partecipanti sani di età compresa tra i 45 e i 65 anni che hanno consumato 28 grammi (una manciata) di bacche di Goji cinque volte a settimana per 90 giorni è aumentata la densità dei pigmenti protettivi negli occhi.

Al contrario, 14 persone che hanno consumato un integratore commerciale per la salute degli occhi nello stesso periodo non hanno mostrato un aumento di pari valore.

I pigmenti che sono aumentati nel gruppo che mangiava bacche di Goji, luteina e zeaxantina, filtrano la luce blu dannosa per la nostra retina mentre forniscono una protezione antiossidante. Entrambi aiutano a proteggere gli occhi durante l’invecchiamento.

“Luteina e zeaxantina sono come la crema solare per gli occhi – sottolinea l’autrice principale della ricerca, Xiang Li – Il nostro studio ha scoperto che anche in occhi normali sani, questi pigmenti indispensabili per il meccanismo della visione possono essere aumentati con una piccola porzione giornaliera di bacche di goji”.

Le bacche di Goji e la medicina tradizionale cinese

Le bacche di Goji sono il frutto del Lycium Chinense e del Lycium Barbarum, due specie di cespugli simili ad arbusti presenti nel nord-ovest della Cina. Essiccate, sono un ingrediente comune nelle zuppe cinesi e utilizzate per le tisane in quelle regioni del mondo.

Nella medicina cinese, si dice che le bacche di Goji producano “luminosità degli occhi”. La Dott.ssa XIang Li, cresciuta nelle regioni del nord della Cina è diventata curiosa di capire se davvero vi fossero proprietà positive in questa bacca, specie per l’apparato visivo.

Ha studiato i composti bioattivi nelle bacche di Goji e scoperto che contenevano elevate quantità di luteina e zeaxantina, note per ridurre il rischio di malattie degli occhi correlate alla degenerazione maculari legata all’età. La forma di zeaxantina nelle bacche di Goji è anche una forma altamente biodisponibile, secondo la nostra ricercatrice, il che significa che è prontamente assorbita nel sistema digestivo e il corpo può quindi usarla immediatamente a vantaggio del funzionamento dei nostri occhi.

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Chirurgia della Cornea e superficie oculare: i maggiori esperti in confronto a Verona
La parola al Prof. Giorgo Marchini, con le anticipazioni sul XXVI Congresso Nazionale della Società Italiana Trapianto di Cornea e Superficie Oculare (17 – 19 Febbraio)

Si riuniranno a Verona dal prossimo 17 al 19 Febbraio, finalmente in presenza, i più importanti esperti di Cornea e Superficie Oculare per la XXVI edizione del Congresso Nazionale S.I.TRA.C. (Società Italiana Trapianto di Cornea e Superficie Oculare).

Il Prof. Giorgio Marchini, Ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo e Direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Verona, nonchè Organizzatore del Congresso, illustra le novità e i temi di questa edizione.

Il Congresso si svilupperà nel formato usuale dei Corsi e Wet lab per la giornata di Giovedì 17 Febbraio, che verteranno su: Banche degli occhi, Rigetto e complicanze dei trapianti, Cross-linking, Fondamenti e trucchi della chirurgia lamellare.

Venerdì 18 Febbraio spazio alla Chirurgia in diretta dalle sale operatorie dell’Oculistica di Verona, mentre il pomeriggio e sabato 19 Febbraio si svilupperanno Simposi su trapianti corneali e glaucoma, controversie nei trapianti lamellari, Femtolaser nei trapianti corneali, Deficit limbare e Tecnologie avanzate.

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Quando il glaucoma colpisce un bimbo, la storia di Hunter
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Considerato una malattia degli adulti, che colpisce a una certa età, in realtà il glaucoma può riguardare tutti, anche i bambini molto piccoli.
Lo dimostrano storie come quella di Hunter, un ragazzo di Louisville, negli Usa, che ha scoperto la patologia, un glaucoma congenito, a pochi mesi.

La storia di Hunter

La vicenda di Hunter, raccontata in occasione del Glaucoma Awareness Month, un mese di sensibilizzazione sulla malattia promosso dal Glaucoma Research Foundation, che si celebra proprio a gennaio, ha un finale per fortuna positivo: il ragazzo ha ora 15 anni e sta bene, è stabile, ma a pochi mesi dalla nascita scoprire il problema è stato doloroso e difficile per i genitori.

“Quando aveva circa 5 o 6 mesi – racconta Melissa Wright, la madre di Hunter – eravamo in spiaggia in vacanza, e abbiamo notato che ogni volta che eravamo fuori, teneva gli occhi chiusi”. Preoccupati, i genitori si sono rivolti al pediatra che li ha indirizzati a uno specialista. “Parlava del glaucoma e l’ho sentito dire che Hunter avrebbe potuto diventare cieco un giorno. Sono rimasta davvero sconvolta,” ha aggiunto mamma Melissa.
A 5 mesi e poi a 4 anni, Hunter ha subito tre interventi chirurgici e cinque esami sotto anestesia. Ora è un adolescente e grazie alle procedure e all’intervento precoce, il glaucoma è stabile.

Il Glaucoma congenito

“In generale, spiega il Prof. Giorgio Marchini, Professore ordinario di Malattie dell’Apparato visivo e Direttore della Clinica di Oculistica dell’Università di Verona il glaucoma congenito è molto raro, colpisce circa un bambino ogni 10-20 mila nati vivi: per la cura richiede competenze non facili da acquisire.

Dal punto di vista della diagnosi – prosegue il Prof. Marchini – è importante che anche il pediatra di base sia consapevole di questa possibilità. Un bambino che nasce, si lamenta, lacrima, ha il blefarospasmo, cioè la chiusura forzata delle palpebre, un occhietto un po’ più grande che rifugge la luce deve far nascere il sospetto e far intervenire subito. Generalmente si deve ricorrere alla chirurgia. Verona è uno dei centri di riferimento nazionale per le malattie della vista che si presentano nella primissima infanzia”.

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La retina può svelarci la nostra vera età biologica

Gli occhi vengono spesso definiti come lo “specchio dell’anima”.
Ma in effetti, hanno anche molto da dire sulla nostra salute: possono essere infatti una spia di diverse patologie. Solo per citare qualche esempio, se si soffre di occhio secco, ciò potrebbe essere segno di una malattia autoimmune come la artrite reumatoide, mentre la presenza di macchie gialle nella zona interna delle palpebre (il cosiddetto xantelasma) può indirizzarci verso valori elevati di colesterolo.

È di pochi giorni fa un nuovo studio che afferma che la retina può anche essere in grado di fornirci un modo semplice e non invasivo per determinare la vera età biologica del nostro corpo.
In fondo può essere una spia importante della differenza tra la nostra età cronologica e il reale benessere del nostro organismo.

Lo studio

“La retina offre una finestra unica e accessibile per valutare i processi patologici sottostanti di malattie sistemiche vascolari e neurologiche associate ad un aumento dei rischi di mortalità”, scrive l’autore dello studio Mingguang He, dell’Università di Melbourne, sul British Journal of Ophthalmology.

Lo studio ha analizzato oltre 130.000 immagini retiniche di persone che partecipano alla Biobank del Regno Unito, uno studio del Governo inglese a lungo termine di oltre 500.000 unità di età compresa tra i 40 e 69 anni.

Grazie all’uso di un programma di intelligenza artificiale, si è valutato una discrepanza, cioè un “gap di età della retina” tra la reale salute biologica dell’occhio e l’età della persona dalla nascita.

È stato osservato un aumento del 2% del rischio di morte da qualsiasi causa per ogni anno di differenza tra l’età effettiva di una persona e l’età biologica identificata negli occhi.

I gap maggiori di tre, cinque e dieci anni tra età effettiva e età biologica misurate dalla retina sono stati significativamente associati a un rischio di morte più elevato del 67%.

Come determinare l’età del paziente da una foto a colori della retina

“Usando un algoritmo di apprendimento profondo – spiega alla Cnn il Dott. Sunir Garg, portavoce clinico dell’American Academy of Ophthalmology, che non è stato coinvolto nello studio – il computer è stato in grado di determinare l’età del paziente da una foto a colori della retina con una buona accuratezza. Questi livelli di cambiamenti non sono cose che noi come medici saremmo in grado di dire. Quel che possiamo dire è se qualcuno è un bambino contro un adulto più anziano, ma non se qualcuno è 70enne oppure 80enne”.

Il dato è significativo, lo studio apprezzabile anche se non deve terrorizzare.
La ricerca scientifica qualche volta viaggia su binari diversi dalla nostra realtà.

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Diplopia, un sintomo da non trascurare. L’esperienza del campione di MotoGP Marquez

“Felice di essere tornato in pista e sollevato perché guidando non avevo più alcun fastidio alla vista”.
Così si è espresso, tornato in sella alla sua moto, il campione di motociclismo Marc Marquez, in un comunicato ufficiale della Honda.

La diplopia

Il problema alla vista, cui l’asso delle due ruote faceva riferimento è una fastidiosa diplopia, ossia visione doppia, una realtà clinica che lo ha colto all’improvviso e di cui ha sofferto per un breve periodo.

Questo disturbo produceva nel campione una visione sdoppiata e non nitida durante le fasi della guida, con immagini sovrapposte o in senso verticale o orizzontale.

È intuitivo comprendere come tutto questo, in sella ad una motocicletta lanciata a 200 km/h, può essere un vero problema che va risolto a più presto.

Si può trattare comunque di un disturbo transitorio, come sembra essere quello del pilota della Honda, o permanente.

L’esperienza di Marquez

Per ovviare al problema Marquez si è allenato in pista a Portimao con una Honda derivata di serie, una RC213V2: per eseguire dei test e capire l’andamento del suo problema. Prima del test, ha raccontato alla Gazzetta dello Sport “A un certo punto – ha detto – quest’inverno non poter più guidare è stata una possibilità concreta”. Poi ha spiegato: “Nessuno sapeva come sarebbero andate le cose, nemmeno i medici. Mi alzavo dal divano e vedevo sfocato: una sensazione che non auguro a nessuno. Quei giorni sono stati i peggiori; ho cercato di staccarmi da tutto, dai social, cercando di circondarmi di familiari e amici e, fondamentalmente, di quiete e tranquillità. Infine, i medici mi hanno detto che non avevo bisogno di un intervento chirurgico, anzi nell’ultimo mese le cose sono migliorate, e nell’ultima settimana ancora di più”.
Questo il messaggio positivo inviato dal pilota.

Un sintomo da non trascurare

Sicuramente, la cosa importante che gli Specialisti segnalano è che la visione doppia è un sintomo che non va mai trascurato, perché molteplici possono essere le cause, alcune transitorie, altre no, e alcune addirittura segno di patologie sistemiche importanti.

Gli esperti Stefania Bianchi Marzoli e Federico Sadun hanno fornito su EyesON alcune spiegazioni particolareggiate sul fenomeno della diplopia, che, ad esempio, può essere legato ad una forma di diabete.

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Intervista al Dott. Christopher Girkin
a cura del Dott. Amedeo Lucente

D: Carissimo Dott. Christopher Girkin, lei è tra i “Best Doctors in America” e membro di molte prestigiose Società Scientifiche Internazionali. I suoi studi raccolgono milioni di dollari dal NIH National Institutes of Health, dalla UAB University of Alabama at Birmingham, oltre che da numerose fondazioni private. I suoi interessi spaziano dalla cataratta alla chirurgia pediatrica, dal glaucoma alla biomeccanica. Vuole riferire più in dettaglio ai nostri lettori le sue ricerche?

R: La mia ricerca primaria esplora i meccanismi alla base della maggiore predilezione a sviluppare lesioni glaucomatose in individui di origine africana, e indaga la morfometria della testa del nervo ottico come biomarker per predire lo sviluppo e la progressione della neuropatia ottica glaucomatosa. In seguito alla mia specializzazione, ero motivato a tornare in Alabama per stabilire un programma di ricerca incentrato sulla determinazione delle cause della disparità sociale e il suo effetto sulla salute nella patologia del glaucoma, e per sviluppare strategie di rimedio. Questi programmi hanno compreso approcci di ricerca biologica, genetica, socioeconomica e comportamentale per affrontare la complessa relazione tra etnia e glaucoma e completare gli sforzi clinici e di sensibilizzazione in questo settore. Questi sforzi sono stati motivati dalle mie esperienze di crescita e formazione nel Sud degli Stati Uniti e dall’aver assistito in prima persona la discriminazione etnica che ha sviluppato e ha sostenuto la segregazione fisica e accesso alla salute all’interno di molte comunità lungo le demarcazioni etniche che sono alla base di tutte queste disparità legate alla salute.

D: Quali sono i progetti in fase di sviluppo e i futuri obiettivi del centro che dirige? Le conoscenze biomeccaniche sul nervo ottico quali significative novità apporteranno nel management del glaucoma?

R: Il progetto su cui mi sto concentrando di più è il Living Eye Project. Questo programma unico consente nell’avere accesso a donatori di organi morti cerebralmente prima dell’approvvigionamento di organi per test biomeccanici e fisiologici nell’occhio vivente. Nel presente studio viene eseguito un esame oculare con biometria, seguito dalla quantificazione della testa del nervo ottico (optic nerve head; ONH) in vivo in risposta ai cambiamenti nella pressione oculare utilizzando lo Spectral Domain OCT. In seguito all’approvvigionamento di organi, la rigidità strutturale della sclera viene misurata con l’interferometria laser Speckle e la microstruttura dell’ONH viene quantificata nelle ricostruzioni digitali 3D istologiche dell’ONH. Questo lavoro stabilirà il primo collegamento tra rigidità sclerale e biomeccanica ONH. Questo lavoro è stato finanziato attraverso il NEI, l’industria, e fondazioni locali e nazionali.

D: Come è organizzata l’Oftalmologia in US? Come si diventa medici chirurghi e oftalmologi? Quali sono state le tappe principali del suo prestigioso percorso professionale? È necessario anche in US avere un “Maestro”?

R: Il percorso di carriera standard consiste nel completare una residenza di 3 anni in oftalmologia dopo un anno di tirocinio, il tutto ovviamente dopo aver completato una scuola medica accreditata. Non ci sono requisiti specifici oltre a questo. Tuttavia, molti leader accademici e la maggior parte dei ricercatori clinici hanno completato almeno un anno o più di formazione per borse di studio di sottospecialità.

D: L’oftalmologia nel terzo millennio avrà sicuramente sviluppi solo in parte prevedibili; per alcuni versi potrebbe trovarci impreparati e in difficoltà. La chirurgia robotica e la telemedicina ne sono un esempio. Come vede il futuro dell’oftalmologia? Saremo ancora artefici del nostro futuro professionale?

R: Sento che è un momento molto emozionante in oftalmologia. L’espansione della tecnologia di esame automatizzato a distanza si sta evolvendo rapidamente. Attualmente negli Stati Uniti i modelli di rimborso sono restrittivi dell’implementazione diffusa di questi approcci più efficienti.

D: Ai giovani medici che intendono intraprendere la strada dell’oftalmologia quale messaggio si sente di inviare? Il percorso per diventare “leader” è sempre lo stesso o ci sono nuove difficoltà da affrontare?

R: Penso che negli Stati Uniti il percorso alla “leadership“ varii molto e sia poco lineare e più simile al movimento browniano, almeno cosi è stato per me. Penso che i migliori leader non cerchino la leadership come intenzione primaria, quindi io non cercherei di diventare un leader come scelta a priori, ma mi sforzerei prima di diventare un clinico e un chirurgo rispettato. Inoltre, sarebbe auspicabile avere una formazione anche nel campo della ricerca e/o dell’istruzione. Una volta completata questa formazione, sarebbe quindi necessario trovare un’istituzione accademica che investa nello sviluppo del profilo accademico. A quel punto uno sarebbe su un ottima strada per raggiungere i propri obiettivi.

Grazie per la sua disponibilità anche a nome del Direttore, della Redazione e di tutti i lettori di Oftalmologia Domani.

[a cura di: Amedeo Lucente – oftalmologiadomani.it]

Come vede il mondo una persona daltonica?
La parola alla Dott.ssa Patricia Vincenti, esperta di elettrofisiologia oculare

Il daltonismo è un difetto visivo che altera la capacità di percepire i diversi colori e le sfumature, del tutto o in parte. I daltonici non vedono colori diversi ma, semplicemente, eliminano alcuni toni dallo spettro dei colori. Come vede il mondo una persona daltonica?

Lo abbiamo chiesto alla Dott.ssa Patrizia Vincenti, Oculista a Roma, ed esperta di elettrofisiologia oculare.

Cosa vuol dire daltonismo?
Il daltonismo è una condizione patologica dell’occhio umano, in cui si ha un’alterata percezione dei colori. Il termine deriva dal cognome dello scienziato britannico John Dalton che, essendone lui stesso affetto, descriveva in un saggio lo strano mondo dei “discromatici”, nel lontano 1794.
Nell’uomo infatti la percezione dei colori si basa sulla capacità di alcune cellule retiniche, i coni, prevalenti nella visione diurna, di distinguere i 3 colori fondamentali: il rosso, il verde ed il blu. Dal mescolarsi di questi nasce la vasta gamma di tutti i colori da noi percepiti e le loro sfumature mentre, dalla loro somma, nasce il bianco.

Esiste un solo tipo di daltonismo?
No. Si parte dalla acromatopsia cioè mancata percezione dei 3 colori fondamentali. Tali soggetti vedono un mondo in bianco e nero, o meglio in una scala più o meno nitida di grigi. Esiste poi la protanopia, cioè la mancata percezione del rosso, la deuteranopia, cioè mancata percezione del verde e la tritanopia o mancata percezione del blu.
In questa scala di assoluta mancanza di percezione del singolo colore esistono forme di difetto parziale denominate protanomalia, deuteranomalia e tritanomalia.

Dove risiede l’alterazione di questa malattia?
Come dicevamo l’alterazione risiede nelle cellule retiniche denominate coni che, insieme alle altre cellule denominate bastoncelli, determinano la nostra visione.
Le cellule denominate coni sono i maggiori responsabili della nostra visione nitida diurna, alla luce, e pertanto sono numericamente più presenti nella zona elettiva di visione della retina chiamata macula ed ancor più nella fovea. I bastoncelli invece sono più numerosi nella media periferia della retina e servono per la visione crepuscolare.

Quindi la malattia è ereditaria?
Sì e viene trasmessa per le alterazioni rosso/verde in maniera recessiva tramite il cromosoma “X”. Questo spiega perché le femmine, che possiedono nel loro bagaglio genetico 2 cromosomi “X” sono molto meno colpite degli uomini.
La forma di alterazione della visione del blu è anch’essa di origine genetica, estremamente rara, e risiede in una anomalia del cromosoma 7. Quindi, maschi e femmine ne sono colpiti in egual misura.
Dobbiamo ricordarci però che esistono anche alterazioni della visione dei colori acquisite, cioè come conseguenza di alcune patologie oculari quali le neuriti ottiche, che presentano alterazioni dell’asse rosso/verde o le maculopatie che determinano prevalentemente alterazioni dell’asse blu/giallo.
La diagnosi differenziale tra forme congenite e forme acquisite si basa spesso sul fatto che quest’ultime sono più anomalie che anopsie, cioè situazioni cliniche meno gravi.

Il daltonismo si può curare o bisogna imparare a conviverci, anche per le attività quotidiane ed essenziali?
Al momento, trattandosi di una patologia geneticamente trasmessa, non esistono terapie conosciute, ma solo studi di sostituzione genica su animali.
Gli unici ausili esistenti consistono nel montare su normali occhiali lenti dotate di filtri specifici che consentono ai daltonici di avere una percezione dei colori più simile a quella dei soggetti normali.
D’altra parte, le normali attività quotidiane non sono assolutamente precluse ai daltonici, ma solo qualche attività lavorativa particolare come nel mondo dell’aviazione o delle ferrovie dove possono determinare delle limitazioni nelle attività da svolgere.

Esistono dei test per diagnosticare il daltonismo?
Sì, il più comune è il test di Ishihara, una serie di tavole con numeri o simboli con colori particolari che consentono di distinguere l’asse dell’anomalia.

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Osservazioni sulla struttura e funzione della macula

L’articolo muove dall’esigenza di offrire un contributo sulle nuove acquisizioni fisiopatologiche della retina maculare specialmente ai giovani oftalmologi in formazione

Morto il papà del Botox. Tra i suoi utilizzi anche il trattamento di strabismo e blefarospasmo

Il Botox è comunemente noto, soprattutto negli ultimi anni, per il suo ruolo nell’attenuare le rughe. Ma in pochi forse sanno che il suo papà, più precisamente colui che viene accreditato per aver sviluppato il farmaco Botox (tossina botulinica) per uso medico, era un oftalmologo americano, lan Brown Scott, deceduto pochi giorni fa all’età di 89 anni.

Nato a Berkeley, in California, soffriva di una malattia acuta da 10 giorni ed era in terapia intensiva, ha detto sua figlia Ann Scott, annunciando il decesso tramite il New York Times e confermandolo ad altre testate.

Il Botox, derivato da quella che è conosciuta come una delle tossine più letali, è stato originariamente scoperto per uso medico. Scott, infatti, stava cercando un modo per aiutare i suoi pazienti con disturbi agli occhi, in modo che non dovessero sottoporsi a interventi chirurgici estesi e pensava che la tossina potesse aiutare il quadro clinico.

In particolare, mirava a curare le persone con strabismo, e soprattutto il blefarospasmo, quella chiusura incontrollabile delle palpebre, che viene spesso scambiata per un tic nervoso.

Oggi il Botox è usato per il trattamento del blefarospasmo, per migliorare l’apertura delle palpebre, ma anche per aiutare contro emicrania, la caduta dei capelli e la scialorrea, cioè un eccesso di salivazione.

Ciò per cui Botox è ancora oggi più comunemente noto, il suo scopo cosmetico, per la regione perioculare, non era invece nell’agenda di Scott.

“Penso che sia un uso affascinante e leggermente frivolo” – ha detto Scott a SF Gate nel 2002 su come il Botox viene utilizzato dalle celebrità. “Ma non è sulla falsariga di ciò a cui mira l’applicazione per disturbi gravi”.

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Puntatori laser, i potenziali rischi per gli occhi
Fa il punto il Dott. Marco Tavolato, primario di Oculistica di Chioggia (VE)

Dai giochi tanto utilizzati dai ragazzi ai puntatori laser per creare effetti ottici all’aperto, due sono le parole d’ordine: prudenza e attenzione.
Infatti, anche se la parola laser è abbinata alla cura delle malattie degli occhi per i suoi effetti positivi e terapeutici, l’uso indiscriminato e sbagliato, può essere dannoso e irreversibile.

I giochi con luce laser possono essere infatti molto pericolosi, causando lesioni alla retina e alla vista. È dunque importante che questi giochi siano sicuri, soddisfino cioè le prescrizioni della normativa, per esempio la potenza e la lunghezza d’onda della luce emessa, e non siano nocivi per la pelle e gli occhi.

EyesON ha chiesto al Dott. Marco Tavolato, Direttore della U.O.C. di Oculistica dell’Ospedale di Chioggia (VE), qualche chiarimento ed alcune utili indicazioni.

Perché i puntatori laser sono dannosi per gli occhi?
La parola Laser è sempre fonte di timori per i danni che possono causare a livello oculare. È di qualche anno fa la notizia che in una discoteca in Russia dei giochi di luci laser puntati troppo in basso abbiano causato dei gravi danni a numerosi ragazzi presenti in sala.

Col suo aiuto, spieghiamo esattamente che cos’è un Laser
Un Laser è un dispositivo elettronico capace di emettere un fascio di luce definito coerente cioè di una lunghezza d’onda fissa e prestabilita. Queste sorgenti generano dei fasci di luce molto potenti, anche colorati, che possono raggiungere distanze considerevoli. Proprio per queste caratteristiche i Laser vengono utilizzati in vari campi oltre che in quello medico: nell’intrattenimento e nelle telecomunicazioni.
I Laser vengono classificati in base alla loro pericolosità in 4 classi; solo le prime due sono acquistabili in Italia. Quelli di classe I sono totalmente innocui, mentre quelli di classe II possono diventare nocivi per gli occhi se ci si espone in maniera diretta al fascio.

Cosa colpiscono: la cornea, il cristallino, la retina?
Se si guarda in maniera diretta un raggio Laser, il fascio di luce entrerà all’interno dell’occhio dalla cornea, attraverserà il cristallino ed andrà a focalizzarsi sulla struttura più nobile del nostro occhio: la retina.
Proprio per le caratteristiche fisiche dei Laser questo fascio di luce coerente una volta a fuoco, sulla retina rilascerà la sua energia con un danno diretto sulle famose cellule della retina, i fotorecettori.
È quindi sempre pericoloso puntare sul viso di qualcuno un fascio Laser per le possibili conseguenze che si possono ottenere, in considerazione anche del fatto che spesso non conosciamo la classe di appartenenza del fascio Laser in uso.

Potremmo paragonare questi puntatori laser a quando si osserva un’eclissi?
I raggi luminosi emessi dal sole sono così intensi che se lo si osserva direttamente anche per pochi secondi, ad esempio durante un’eclissi, si avrà una bruciatura della parte centrale della retina che, nei casi più gravi, può portare ad un deficit permanente della visione centrale (maculopatia fototraumatica).

Che differenza c’è con i disturbi da saldatura?
Il fascio laser è visibile, quelli della saldatura no, perché raggi ultravioletti, tossici per l’epitelio corneale (lo strato più esterno dell’occhio). Per questo motivo, se si esegue una saldatura senza protezione nelle ore successive si ha una intensa lacrimazione, sensazione di corpo estraneo ed arrossamento oculare. È come se avessimo esposto i nostri occhi ad una sorgente calda e secca. La sensazione come di sabbia o di qualcosa che raschia sui nostri occhi è quella avvertita dal paziente.

Per finire, le lampade adoperate nei centri estetici possono essere pericolose per gli occhi?
Anche le lampade abbronzanti, adoperate presso questi centri, necessitano di occhialini e maschere protettive, perché producono danni sulla superficie della cornea e anche della congiuntiva con meccanismi simili alle sorgenti UVA per trattamenti medici.
Quindi: attenzione anche in queste occasioni.

Cilioplastica ad ultrasuoni: una nuova prospettiva per i pazienti affetti da Glaucoma
Di Michele Figus, Chiara Posarelli (Università di Pisa, Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana)

La chirurgia del glaucoma è caratterizzata da numerose tecniche che facilitano il deflusso dell’umore acqueo dall’occhio. Nei casi cosiddetti “refrattari”, quando cioè uno o più di questi interventi hanno fallito, si può ricorrere a tecniche che distruggono parte dei processi ciliari per ridurre la produzione di umore acqueo. Tra queste, è stato proposto l’utilizzo di una forma di Cilioplastica che si avvale di Ultrasuoni ad alta frequenza (21 MHz) focalizzati in un punto specifico.

La combinazione tra efficacia e sicurezza della metodica ha suggerito l’opportunità di utilizzarla come primo step chirurgico, soprattutto in quelle nazioni dove le popolazioni hanno meno possibilità di accesso alle cure, sia per le distanze sia per l’organizzazione dei sistemi di sanità pubblica e per il fatto che sono trattamenti a bulbo chiuso.[…]

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